L’anatomia barocca – intesa come scoperta e studio fra Seicento e Settecento della struttura del corpo – è oggi, ovviamente, un reperto storico. L’anatomia del Barocco musicale è altra cosa: lascia intendere la volontà di costruire percorsi analitici comparativi, in grado di illustrare le dinamiche compositive nel XVIII secolo.
Il titolo del nuovo progetto discografico dell’Accademia Bizantina, Baroque Anatomy, gioca sul duplice significato. Da un lato, appare abbastanza complicato capire – anche nei riferimenti ad alcuni trattati dell’epoca – quale sia il legame fra gli organi umani e le musiche che di volta in volta vengono riunite sotto la loro “insegna”. Dall’altro, il primo passo nell’iniziativa (primo in ordine cronologico, ma per ovvi motivi numero 5, anzi #5) chiarisce anche per i successivi la logica delle scelte storico-interpretative della formazione guidata da Ottavio Dantone.
E dunque, se resta tutt’altro che intuitivo il motivo per cui una raccolta di composizioni settecentesche di area tedesca e segnatamente bachiana venga intitolata “The Eye”, cioè l’occhio, come da copertina del disco di recente uscita per HDB Sonus, non è enigmatico per nulla il discorso che qui viene sviluppato. La registrazione – oggetto di una promozione concertistica che ha toccato anche il Teatro Comunale di Vicenza, nell’ambito della stagione della Società del Quartetto – ha come fulcro il Quinto Concerto Brandeburghese di Bach. Intorno al quale – anzi, dopo il quale, nella linea cronologica – viene proposta una serie di composizioni concertanti e cameristiche che hanno come elemento caratteristico la presenza, in funzione solistica o comunque di rilievo, di clavicembalo, violino e flauto traverso. Ovvero il prodigioso “concertino” del Quinto Brandeburghese, il più conosciuto finché visse il suo autore se è vero che il numero delle copie manoscritte di questa composizione circolanti in Sassonia era di gran lunga il maggiore, rispetto agli altri cinque confratelli dedicati e inviati al Margravio del Brandeburgo, Christian Ludwig di Hohenzollern.
Oltre il capolavoro, questa “rassegna” in effetti tutt’altro che banale e sicuramente originale comprendeva il Concerto per traversiere, violino e archi in Mi minore di Georg Philipp Telemann, una pagina probabilmente risalente agli anni intorno al 1740; un Quartetto per flauto, viola e cembalo, pagina scritta negli ultimi mesi della sua vita, e quindi nel 1788, da Carl Philipp Emanuel Bach, il più noto e affermato dei figli di Sebastian; il cosiddetto “Triplo Concerto” che lo stesso Bach adattò probabilmente alla fine degli Anni Trenta del Settecento per le esecuzioni al Caffè Zimmermann, delle quali si occupava. Musica “di consumo” nella quale il dialogo tra flauto, violino e cembalo con il gruppo degli archi prende lo spunto e vari materiali da alcune composizioni organistiche risalenti al periodo di Weimar, cioè gli Anni Dieci del Settecento.
Di queste pagine, oltre il comune elemento timbrico nei passaggi concertanti, colpisce l’articolazione formale e la differenziazione stilistica. Telemann sembra consapevole – anche sul piano del ritmo – dell’esempio vivaldiano, del resto ben noto anche a Bach, ma inserisce la brillantezza della scrittura in uno schema che appare semmai vicino a quello del Concerto Grosso ormai vicino al tramonto. Carl Philipp Emanuel Bach rende omaggio al genio del padre ripercorrendone i percorsi timbrici, ma lo fa in un momento (il 1788: a Mozart restavano da vivere tre anni, Beethoven era diciottenne) nel quale il suo linguaggio trasognato e vagamente astratto appare come una sorta di epicedio del mondo di prima. Quanto a Sebastian Bach, il Concerto per il Caffè Zimmermann è la solare evidenza di quanto le esigenze “commerciali” portassero il suo genio a delineare la maniera di sé stesso. E anche così, la pagina ha peraltro un appeal inconfondibile.
Programma raffinato e sofisticato al tempo stesso, che suscita la curiosità di scoprire come Dantone e l’Accademia Bizantina articoleranno la proposta degli altri Brandeburghesi: il progetto discografico è infatti quello di una molto particolare integrale dei Concerti dedicati al Margravio. Programma sicuramente inadatto alla vastità della sala grande del Comunale Vicentino, con la sua acustica assai problematica specie per le piccole formazioni con strumenti d’epoca, ancorché negli ultimi tempi variamente aggiustata.
Di sicuro, la nobile eleganza del fraseggio, la sottigliezza delle sfumature coloristiche in parallelo con quella delle dinamiche, la precisione degli incisi virtuosistici, la pertinenza stilistica che non rinuncia a una sorvegliata ricchezza espressiva emergono molto meglio nella registrazione di quanto non sia accaduto in questa occasione all’ascolto dal vivo. L’occasione è stata comunque ragguardevole per apprezzare da un lato la raffinata trama del progetto e dall’altro per cogliere – una volta che l’orecchio si era “adattato” – la qualità non solo dei solisti (con Dantone, sorvegliato e profondo, mai inutilmente esteriore al cembalo, erano in prima linea il violinista Alessandro Tamperi, cavata nitida e mai esangue, e il flautista Marcello Gatti, elegante e preciso), ma anche dell’insieme degli archi, apparso coeso e prodigo di dettagli nel dialogo fra le parti.
La platea era piena per circa due terzi della sua ampia capienza: un buon pubblico per accogliere il quale, offrendo un’acustica adatta all’esecuzione del Barocco, nella città del Palladio c’è solo l’antica e fascinosa ma non comoda basilica di San Felice. Accoglienze di cordiale apprezzamento, come bis un trascinante movimento del Concerto di Telemann.
