Se Eric Lu è un pianista “zen” (così lo ha definito un autorevole specialista come Luca Ciammarughi), chi era al Teatro Comunale di Vicenza la sera del 21 aprile ha potuto scoprire anche com’è un programma “zen”. Parlando di Chopin – inevitabile, visto che nello scorso autunno l’interprete americano di genitori cinesi ha vinto il celebre concorso di Varsavia, il meno giovane (aveva quasi 28 anni) nel prestigioso albo d’oro della competizione che l’anno prossimo compirà un secolo – ecco la successione delle proposte: una Ballata (op. 52 n. 4), una Polacca (op. 71 n. 2), un Notturno (op. 27 n. 1), una Sonata (op. 58 n. 3). In nessun caso, la scelta andava a cadere fra i brani in ciascun genere più popolari. Bruttissima parola, lo sappiamo: diciamo prediletti dai pianisti e quindi più conosciuti. Per dire, inutile sperare che Lu chiudesse con la Sonata “Marcia funebre”. Ad aprire il tutto, un’incursione negli Improvvisi op. 142 di Schubert, pubblicati dieci anni dopo la sua morte, scartato il terzo che non piaceva neanche a un profondo (e sommo) recensore come Schumann.
Quanto al “clima armonico”: prima parte della serata tutta in modo minore, in stretto collegamento tra Fa e La bemolle. Minore dominante anche nella seconda parte del recital, tranne l’unica incursione nel maggiore (Si bemolle) con la Polacca, peraltro anch’essa pubblicata postuma. Una pagina, vedi caso, che del ritmo tipico di questi brani non ha quasi nulla.
Il clou dello “zen”, peraltro, è stato riservato ai bis, generosamente concessi in numero di tre. Nell’ordine: lo Schumann più noto, quello della “Träumerei” dalle Kinderszenen op. 15, tempi dilatati oltre il meditabondo/poetico di prammatica; un Valzer di Chopin dei più popolari, l’op. 42, con le sue brillanti e trascinanti volate. Ma subito dopo, a sopire possibili entusiasmi sul virtuosismo fine a sé stesso, ampia conclusione con uno sguardo al passato del peraltro meraviglioso “Andante cantabile” della Sonata K. 330 di Mozart.
Da qualsiasi parte la si veda, una serata di musica che non concedeva praticamente nulla all’effetto, alla brillantezza. E suggeriva semmai, più che illustrare, i complessi percorsi della meditazione interpretativa di Lu a definire un “qui e ora” del suono, della forma, dell’espressione. Sarebbe forse ingeneroso dire che il risultato è una rarefazione interpretativa molto lontana dalle coordinate espressive tipiche di compositori come Chopin e Schubert. Di sicuro, però, il suono non ha offerto seduzioni fini a sé stesse e il fraseggio, di immutabile e si direbbe quasi contemplativa precisione tattile ha tenuto accuratamente lontano ogni suggestione di compiacimento.
Di fatto, Eric Lu non sembra interessato a comunicare in maniera esteriore e destruttura la tradizione esecutiva di autori cardine dell’Ottocento come i due che ha affrontato. Quello che arriva al pubblico è un’omogeneità nelle dinamiche, che procedono per piani contigui senza particolari sfumature e una cautela nelle agogiche, che ripudiano ogni “trucco” e fanno volentieri a meno di qualsiasi duttilità troppo esteriore (della serie: che orrore il “rubato”). Meditazione al pianoforte, per sua stessa natura in divenire, ma certamente in questo momento tutta interiorizzata in un dialogo dell’interprete con sé stesso al quale il pubblico non può che assistere da una distanza che non è fisica e neanche uditiva, ma probabilmente psicologica.
Da questo punto di vista non siamo certi che la proposta multimediale della Società del Quartetto di Vicenza in occasione di questo concerto abbia fatto davvero il gioco dell’interprete. La proiezione continua su un grande schermo, in alternanza, delle immagini raccolte da due videocamere fisse su cavalletto (una inquadrava l’interprete dal lato della coda del pianoforte, “spiandone” e propagandone le espressioni facciali; l’altra era fissa sulla zona della tastiera e regalava dunque un’immagine ravvicinata del fatto digitale) sono state probabilmente una fonte di distrazione per il pubblico e per certi aspetti un’intrusione nella meditazione musicale del pianista.
Normalmente, assistere a un recital pianistico significa entrare nello spettacolo della fisicità dell’interprete rispetto al suo strumento (come sta seduto, come si muove, come ascolta il suono che realizza è importante quanto il fatto musicale in sé) e cogliere del suono anche il rapporto inscindibile non solo con lo strumento, ma anche con chi lo produce. Il grande schermo spostava queste coordinate in una dimensione diversa e multipla, anche intrigante ma complicata da ricondurre all’unità fatta di molteplici elementi della normale fruizione. Nella serata del pianista “zen”, insomma, probabilmente le cose meno “zen” erano le sue immagini in diretta su grande schermo.
Il pubblico era numeroso, composito, non tutto abituato alle ritualità concertistiche, cordiale durante la serata, entusiasta alla fine.
