Concerti

“Gloria”, il fulgore e la tenerezza del Vivaldi sacro

Nell'ambito dell'attività della Società del Quartetto, il primo appuntamento della rassegna "Matinée con la Schola" nella chiesa di San Rocco a Vicenza ha visto l'esecuzione del salmo "Dixit Dominus" e del "Gloria" di Antonio Vivaldi, oltre che di un Concerto per violino e archi. Sotto la guida di Francesco Erle, e con Federico Guglielmo violino solista, di scena un ensemble dell'Orchestra del Teatro Olimpico e il coro Schola San Rocco. Pubblico folto, grandi applausi

Sarà perché ha avuto in sorte di essere fra le prime pagine sacre di Antonio Vivaldi a ritrovare la via dell’esecuzione moderna, dopo un silenzio durato ben più di due secoli; oppure per la sua felice “tipicità” e per la meritoria caparbietà con cui tanti interpreti, dal secondo Novecento in poi, lo hanno riportato al pubblico nei concerti e nelle incisioni discografiche. Fatto sta che il Gloria in Re Maggiore RV 589 è oggi non solo uno dei capisaldi del repertorio vocale-strumentale sacro di ogni epoca, ma anche probabilmente una delle composizioni più popolari del “Prete rosso”, naturalmente dopo le Quattro Stagioni.

La restituzione avvenne a Siena nel settembre 1939, sotto gli auspici del principe Guido Chigi Saracini e per le cure di Alfredo Casella, che aveva potuto prendere visione dello straordinario giacimento da poco riunito a Torino nella raccolta Foà-Giordana dopo avventurose e complicate vicende. Che si trattasse di una “prima assoluta” è poco ma sicuro: gli studiosi hanno accertato che l’intera produzione sacra di Vivaldi è riunita nei manoscritti torinesi, con l’eccezione di tre conservati a Dresda. E nessuno prima di allora aveva mai pensato di riesumarli. Che si trattasse di un evento storico-musicale era nella piena consapevolezza del compositore, e lo scrisse nelle note pubblicate sul programma: «…da un primo (ed emozionante) contatto con quei manoscritti, mi è stato possibile riconoscere immediatamente che il Vivaldi creatore di musiche sacre non era certamente inferiore a quello dei Concerti strumentali».

Questo Gloria risale quasi certamente alla metà del secondo decennio del Settecento e viene ritenuto strettamente legato all’attività vivaldiana per il celeberrimo Ospedale della Pietà, destinato cioè all’esecuzione delle “putte” colà ospitate, magistrali strumentiste e coriste-cantanti. Non ci sono analoghe certezze, invece, per quanto riguarda il Salmo Dixit Dominus RV 594 per doppia orchestra e doppio coro, cronologicamente quasi di sicuro più tardo e destinato a una possibile esecuzione fuori Venezia, come fa pensare anche la presenza di un brano solistico per tenore e basso. Ascoltando le due composizioni in rapida successione la differenza si coglie con immediatezza: il Dixit appare più legato a una sorta di stile “informato” di Vivaldi, certo dotto e complesso ma in qualche modo manierato, non senza collegamenti con il contesto teatrale e quello concertistico, i suoi due “rami” principali di attività; il Gloria  fin dall’attacco cattura l’ascoltatore in una vivacità e semplice ricchezza di espressione senza eguali, nelle quali anche il contrappunto rigoroso, che non manca, è un mezzo e non un fine. Insomma, la perfetta realizzazione di quel che Vivaldi andava cercando nel genere sacro, lui che era pur sempre un prete. Come ha scritto il grande musicologo Michael Talbot: «…una dignità e una serenità per le quali la sua esistenza di virtuoso e di impresario, di invalido e di giramondo, gli aveva lasciato troppo poco tempo».

Questi due meravigliosi affreschi del Barocco erano al centro della prima delle Matinée con la Schola, proposta vocale strumentale in tre appuntamenti che si svolge nella chiesa di San Rocco, ideata e realizzata da Francesco Erle nell’ambito delle attività della Società del Quartetto. Oltre naturalmente alla Schola San Rocco, il coro fondato da Erle e qui di casa, ne è protagonista il violinista Federico Guglielmo, specialista nelle esecuzioni storicamente informate della musica barocca; vi partecipano inoltre un ensemble di strumentisti dell’Orchestra del Teatro Olimpico e Roberto Loreggian all’organo. Nessun modo migliore di ricordare Giovanni Guglielmo, violinista e direttore (oltre che padre di Federico) scomparso nel 2017, che una quarantina di anni fa inventò i concerti della domenica mattina a San Rocco con l’orchestra Pedrollo, sempre affiancato alla tastiera da Ezio Mabilia, venuto a mancare quest’anno e alla cui memoria il ciclo è stato anche dedicato.

In apertura, dopo le parole di Giovanna Dalla Pozza per il tradizionale prologo, questa volta sul tema della gratitudine, c’è stato spazio per una pagina solo strumentale, sia pure collegata all’ambito sacro. Federico Guglielmo e gli strumentisti della Oto hanno infatti eseguito il Concerto per violino e archi “Per la Santissima Assontione di Maria Vergine”, come scrisse sulla prima pagina del manoscritto il “prete rosso”.  Interpretazione concentrata, ricca di suono, con il solista sempre incisivamente in evidenza nella trama strumentale del tutti. Sbalorditiva la lunga cadenza del movimento conclusivo: per la scrittura originale di Vivaldi, certo, ma anche per la scelta esecutiva di Guglielmo, che l’ha arricchita a mo’ di “pastiche” con parti di altre due cadenze vivaldiane conservate a Dresda: un modo per immergere il pubblico (non una sedia vuota a San Rocco) in una realtà musicale nella quale l’invenzione e un certo tipo di improvvisazione erano all’ordine del giorno.

Le due ampie pagine sacre sono vissute esecutivamente sulle nitide scelte interpretative di Erle, a sua volta specialista nelle esecuzioni storicamente informate del Barocco: tempi sempre coinvolgenti, contrasti dinamici “parlanti”, poesia melodica ove necessario, ricchezza timbrica per la presenza di trombe e oboi. Alla fine, la sorridente brillantezza del Gloria ha prevalso sul più composto rigore del Dixit, per il quale l’impegnativa esecuzione in due cori ha visto la Schola concedere qualcosa nell’omogeneità degli insiemi, specie dal lato delle voci maschili.

Coinvolgente e fascinoso il Gloria, raccontato davvero come una luminosa e a tratti tenera preghiera nell’interazione fra le voci soliste (qui e nel Dixit erano Gloria Ferro, Eugenia Siliberto, Marta Fraccaroli, Alessandro Bellanova, Luigi Marasca e Lucie Oberhollenzer), il coro e lo strumentale.

Pubblico avvinto, applausi a non finire.

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