Concerti

Lugansky, energia e poesia di Rachmaninov

Al Teatro Filarmonico di Verona, gremito di pubblico, l'ultimo concerto del Settembre dell'Accademia ha visto protagonisti il pianista russo e l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Stanislav Kochanovsky. Nel programma l'arduo terzo Concerto per pianoforte op. 30 e la monumentale Sinfonia n. 2, con la formazione romana in grande spolvero

Sergej Rachmaninov scrisse il terzo Concerto per pianoforte (op. 30 in Re minore) allo scopo di irrobustire il suo bagaglio musicale di pianista-compositore in vista di una vasta tournée negli Stati Uniti, che si svolse tra la fine del 1909 e il 1910. Fino a quel momento il suo “greatest hit” con orchestra e strumento solista era il secondo Concerto, molto frequente e apprezzato nelle sale da concerto in tutta Europa, che però si avviava a compiere dieci anni, essendo venuto alla luce nel dicembre 1900. Da buon agente di sé stesso, il musicista russo decise di allargare il repertorio, ma l’accoglienza del pubblico e della critica d’Oltreoceano non fu pari alle aspettative. Ci vollero almeno una ventina d’anni perché questa pagina monumentale ed esecutivamente particolarmente ardua per il solista si avvicinasse alla popolarità del Concerto n. 2, e quando questo avvenne, negli Anni Trenta, il merito fu di Vladimir Horowitz, che fu anche il primo a realizzarne l’incisione discografica. Rachmaninov lo tenne in repertorio ancora per poco: come racconta lo storico del pianoforte Piero Rattalino, nel 1939, dopo avere ascoltato la strabiliante interpretazione di Walter Gieseking, decise di non suonarlo più.

Oggi, grazie anche a un film di qualche successo uscito nel 1996 (Shine, la storia di un pianista australiano ossessionato appunto dal “Rach 3”) è possibile che il Terzo Concerto abbia riguadagnato qualche posizione nel favore del pubblico e nell’attenzione degli esecutori, non fosse che per la sfida esecutiva che questa pagina rappresenta. Ma di sicuro siamo lontani dalla presenza costante del Secondo nel repertorio. Per esempio, l’esecuzione che si è avuta mercoledì al teatro Filarmonico di Verona, in occasione dell’ultimo appuntamento del Settembre dell’Accademia, era solo la quarta nell’arco delle 35 edizioni di questo importante festival, che vede ogni autunno protagoniste orchestre e solisti di primo piano provenienti da tutto il mondo. E la prima risale peraltro al 2012. Come dire che la presunta “promozione” cinematografica non ha poi avuto un grande effetto. Quasi doppia negli annali della rassegna la presenza del Secondo Concerto: sette esecuzioni a partire dal 1998, l’ultima nel 2021.

L’orchestra di Santa Cecilia al Filrmonico, direttore Stanislav Kochanovsky (foto Mascalzoni)

Il Terzo di Rachmaninov è tornato alla ribalta in una serata monografica che aveva per protagonista l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, e che comprendeva anche la monumentale Sinfonia n. 2, pagina quasi coeva del Concerto. Alla tastiera sedeva Nikolai Lugansky, che ha dominato la magmatica e problematica materia sonora riservata al pianoforte con raffinata scelta stilistica ma anche con la forza tecnico-esecutiva che la partitura richiede. Ne è uscita un’interpretazione nitida e suggestiva, in grado di sottolineare la poesia che Rachmaninov sparge qui con mano non sempre ferma ma comunque interessante; ma anche energica e quando necessario tellurica, specialmente nell’esecutivamente arduo movimento finale, un vero e proprio sesto grado che troppo spesso rischia di rimanere exploit “atletico” fine a sé stesso. Non è stato il caso di Lugansky, che ha definito il suono con l’energia indispensabile a non renderlo subalterno nel dialogo con la vasta orchestra prescritta dal compositore, ma è stato in grado comunque di cesellare il fraseggio con sfumature tanto più virtuosistiche in quanto inserite all’interno di un’impressionante serie di turbinose volate da un capo all’altro della tastiera. Diciamo che non è frequente avere l’occasione di gustare in questo Concerto una simile duttilità di tocco.

Entusiasmo alle stelle in un Filarmonico gremito di pubblico e bis inevitabile: Lugansky non si è discostato da Rachmaninov, proponendone – se così possiamo dire – l’altra faccia creativa, grazie alle delicate atmosfere di una delle Romances op. 21.

Quanto alla Sinfonia, essa dimostra che il virtuoso del pianoforte, capace di scrivere pagine stupende per il suo strumento, alle prese con la scrittura per grande orchestra si attesta – prima dei suoi ultimi anni, nei quali mostra ben altra sottigliezza di elaborazione – su un tardo-romanticismo alla russa che lascia balenare suggestioni cajkovskiane più o meno sfumate, evidenzia naturali collegamenti con Rimskij-Korsakov, ma si tiene a debita distanza dalle istanze innovative che pure nella Grande Madre Russia non mancavano, all’inizio del XX secolo. Del resto, il pubblico del Settembre dell’Accademia aveva potuto verificare all’ascolto della Sesta di Mahler – in occasione del concerto inaugurale del festival – quanto in area tedesca il mondo della Sinfonia stesse vivendo, esattamente nello stesso torno di tempo, una drammatica crisi suscettibile di risposte molto diverse e molto problematiche.

La Seconda di Rachmaninov, turgido affresco sonoro dalle vaste campiture, è scritta per uno strumentale non così distante da quello necessario alla Sesta, comunque ben sopra gli ottanta elementi. Ed è stata l’occasione di verificare una volta di più l’eccellenza dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Notevole la densità omogenea degli archi, specialmente quelli bassi, protagonisti nella vasta introduzione lenta del primo movimento; seducente la brillantezza sottile e ricca di dettagli dei fiati; esemplare la pienezza timbrica degli ottoni. Sotto la guida attenta di Stanislav Kochanovsky (che già si era fatto apprezzare nel Concerto per la qualità del fraseggio, mai disgiunta dalla necessaria energia), la formazione romana ha proposto un’esecuzione concentrata, ammirevolmente equilibrata nel rapporto fra le sezioni, capace degli “scatti” dinamici necessari ad animare un materiale sonoro talvolta un po’ fine a sé stesso, ma specialmente nei due movimenti centrali dotato di interessante delicatezza espressiva (l’Adagio) e vivacità ritmica (l’Allegro molto).

Consensi vivissimi anche alla fine, e bis nel nome di Cajkovskij: la Danza russa “Trépak” dal secondo atto dello Schiaccianoci, sorridente e travolgente.

Nikolai Lugansky alla tastiera nel terzo Concerto di Rachmaninov (foto Mascalzoni)
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