“Andante con moto cantabile e compiacevole”, “Andante cantabile e grazioso” (Bagatelle op. 126, n. 1 e 3); “Lento assai, cantante e tranquillo” (Quartetto per archi op. 135); “Arietta. Adagio molto semplice e cantabile” (Sonata per pianoforte op. 111). E la sera dopo, “Adagio molto e cantabile” (terzo movimento della Sinfonia n. 9). I primi due concerti della ventottesima edizione dell’Omaggio a Palladio di András Schiff non si limitavano a essere integralmente dedicati a Beethoven. Avevano come ideale cartello segnaletico la parola “cantabile”, che più di tante altre apre i mondi arcani e poetici del “tardo stile” del Titano, quel riferimento alle seduzioni incomparabili della voce che dà la misura umana di una ricerca siderale, capace di andare oltre le forme della musica e le sue definizioni strumentali. Che sono anche le seduzioni del percorso del tutto personale di questo compositore nel mondo della melodia.
Anche l’inopinata aggiunta al programma della prima serata, la Sonata op. 109, interamente eseguita a sorpresa prima dell’op. 111 (ma perché non annunciarlo al pubblico, sia pure all’ultimo momento?) non si è discostata da queste coordinate espressive. Il terzo e conclusivo movimento (Variazioni, come nel caso dell’ultima Sonata) lo dice in tedesco: Gesangvoll, mit innigster Empfindung. Cioè, “Pieno di canto, con il sentimento più profondo”.
Alla terza sera, poi, in una delle programmazioni più interessanti degli ultimi anni di questa concentrata rassegna concertistica in quattro parti, che si svolge fra il Teatro Olimpico (invariabilmente al tutto esaurito con ampio anticipo) e la basilica paleocristiana di San Felice in Vicenza, la parola cantata ha avuto la sua parte anche oltre l’Inno alla Gioia della Nona, eseguita la sera precedente, regalando una primizia assoluta rispetto alle scelte sempre piuttosto conservative di Schiff. All’Olimpico ha fatto infatti il suo ingresso Gustav Mahler, del quale sono stati proposti i Lieder eines Fahrenden Gesellen nella versione con accompagnamento orchestrale. Si tratta di un vero e proprio incunabolo della Prima Sinfonia, non solo dal punto di vista tematico (nel secondo e nel quarto brano risuonano chiare anticipazioni del primo e del terzo movimento della Sinfonia) ma anche per il “clima timbrico”, particolarmente rarefatto eppure sempre ricco e suggestivo e non di meno per il contesto espressivo, visto che i testi – di mano dello stesso compositore boemo – portano lo spirito del Romanticismo a un punto di rottura psicologico ed esistenziale nel raccontare la vicenda di un “viaggiatore” che ha perduto per sempre la donna amata.
Quasi per bilanciare questi tormenti, la serata si era aperta nel segno del Brahms insolitamente “frivolo” dei Liebeslieder Walzer op. 65: un ironico percorso dentro al tempo di danza viennese per eccellenza attraverso una semplice narrazione sentimentale-popolare con quattro voci a volte in ruolo solistico e a volte utilizzate insieme, accompagnamento di pianoforte a quattro mani. Un cammino semplice, di fresca immediatezza sia musicale che testuale, peraltro nobilitata da una chiusa nel nome di Goethe. Alla fine, il sigillo è stato nel nome della superiore eleganza del Concerto K. 488, rientro nella tradizione più consolidata della rassegna.
Le prime tre serate sono parse all’insegna di un andamento chiaroscurale anche dal punto di vista interpretativo. Il magnifico programma beethoveniano del concerto inaugurale ha avuto forse il suo culmine nelle Bagatelle op. 126, che Schiff ha delineato con una poesia che sembrava anticipare quella di Schubert, le cui ultime Sonate pianistiche sono appena successive a queste brevi pagine. Meno convincente la Sonata op. 111, specialmente per una non risolta tensione espressiva nel primo movimento, molto romantica ma non sempre misurata al meglio nelle dinamiche e nel fraseggio. Impeccabile invece la Sonata op. 109, fuori programma: una ammirevole incursione nel tardo stile beethoveniano che specialmente nelle Variazioni del terzo e ultimo movimento ha trovato una profondità espressiva di magistrale eloquenza.
Quanto al Merel Quartet (Mary Ellen Woodside e Edouard Mätzener violini, Alessandro D’Amico viola, Rafael Rosenfeld violoncello), ha proposto del supremo capolavoro che è il Quartetto op. 135 una lettura sorvegliata, forse vagamente “frenata” nella scelta dei tempi, ma sicuramente coinvolgente anche per il buon equilibrio fra le parti e per un suono apparso man mano più convincente dopo un primo movimento non particolarmente luminoso.
La sera dopo, la Nona a San Felice ha dimostrato che la spesso lodata acustica della basilica paleocristiana ha dei limiti, specialmente in presenza di organici corposi. Ne è sortita un’esecuzione corretta, mutevole come si conviene nelle scelte di tempo, sorvegliata nel fraseggio ma raramente seducente, con qualche problema di equilibrio fra le parti e soprattutto con un suono mai rifinito al meglio, un po’ generico o forzato (specialmente agli archi bassi), tacendo della serata più che infelice dei corni, assai fallosi. La Schola San Rocco di Francesco Erle si è difesa da par suo, tenendo tecnicamente e musicalmente la barra di una scrittura come quella beethoveniana, impervia nella parte dei soprani e sempre a rischio di inutile retorica. I solisti di canto erano Johanna Wallroth (soprano), Ema Nikolovska (mezzosoprano) Jan Petryka (tenore) e Georg Klimbacher (basso): impegnati ma non favoriti dai problemi acustici.
Questi cantanti sono risultati molto più apprezzabili la sera dopo, al cospetto dei Liebeslieder di Brahms, affidati a un quartetto vocale nel quale l’unico nome diverso rispetto a Beethoven era quello del mezzosoprano Anja Mittermüller invece di Nikolovska: esecuzione di cameristica eleganza, di notevole equilibrio e di interessanti colori, ben supportata alla tastiera dallo stesso Schiff e da Schaghajegh Nosrati. Quanto a Mahler l’orchestra ha fatto valere in bello stile – in un contesto certamente più favorevole dal punto di vista acustico – la qualità dei fiati e la misura sorvegliata degli archi, anche se Schiff non ha mai dato l’impressione di voler scavare più di tanto nella drammaticità dei Lieder eines fahrenden Gesellen. Accorta la linea di canto del mezzosoprano Ema Nikolovska. Ben diversamente, il mozartiano K. 488 è stato risolto quasi sempre con la pensosa naturalezza tipica del taglio interpretativo di Schiff, pur al netto di un “peso” fin troppo marcato nell’accompagnamento orchestrale, ma con i fiati in magnifica evidenza nei poetici dialoghi specialmente del secondo movimento.
Infine, è giunto il momento degli addii. Come già annunciato l’anno scorso, questa edizione della rassegna è stata anche l’ultima alla quale ha partecipato la Cappella Andrea Barca, l’orchestra “personale” di Schiff, che proprio a Vicenza ha iniziato un percorso durato circa un quarto di secolo e che a breve si scioglierà. In attesa di scoprire se e come verrà conservata la fruttuosa collaborazione con la Schola San Rocco, che sotto la guida di Francesco Erle ha accompagnato Schiff nelle sue escursioni nel repertorio vocale-strumentale del Classicismo e del primo Romanticisamo, specialmente fra Haydn, Mozart e Schubert, la serata finale all’Olimpico ha avuto come perno – non esattamente originale, ma probabilmente inevitabile – la Sinfonia haydniana n. 45 in Fa diesis minore detta appunto “degli addii”. Si tratta di una composizione del 1772 in cui il musicista austriaco aderisce a una sorta di “vertenza sindacale” ante-litteram degli orchestrali del principe Esterházy, desiderosi di accorciare l’obbligo di residenza nel suo castello: nel Finale un po’ alla volta tutti i componenti della formazione abbandonano il leggio e se ne vanno, lasciando al loro posto solo due violinisti. Forse Schiff ha pensato che chiudere così sarebbe stato troppo, e quindi ha spostato l’esecuzione all’inizio della serata, prima di un’altra perla della programmazione, il Quintetto con clarinetto op. 115 di Brahms, una pagina che ha trovato spesso nel teatro Olimpico, fin dagli Anni Cinquanta, una cornice ideale. E quindi la conclusione di “Omaggio Palladio” ha visto la Cappella Andrea Barca tornare sul palcoscenico a pieno organico (fin troppo pieno, negli archi…) per un dittico mozartiano già proposto in passato da Schiff, che unisce nell’omogeneità armonica (tonalità di Re minore), con esecuzione senza soluzione di continuità, l’Ouverture del Don Giovanni e il Concerto per pianoforte e orchestra K. 466.
La gemma interpretativa della lunga serata – oltre le tensioni Sturm und drang di Haydn e la fin troppo accentuata drammaticità “infernale” del Mozart in Re minore – è stata il Quintetto brahmsiano: il suo clima espressivo autunnale e meditabondo, improntato a una sorta di rassegnata serenità (trattasi di capolavoro degli ultimi anni) è stato delineato con eleganza e trasparenza impeccabili da Erich Höbarth e Kjell Arne Jørgensen ai violini, Hariolf Schlichtig alla viola, Christoph Richter al violoncello e Riccardo Crocilla al clarinetto. Le prime parti della Cappella Andrea Barca, che auspicabilmente animeranno in futuro il versante cameristico della rassegna. La loro prova è stata tecnicamente esemplare e musicalmente profonda e trasparente al tempo stesso, nei colori non meno che nel fraseggio e nell’equilibratissimo dialogo fra le parti. Una lezione di stile.
