Opera

Il filosofo di Galuppi “riletto” da Wolf-Ferrari

Al Teatro Olimpico, per la quattordicesima edizione del festival Vicenza in Lirica, l'opera del Buranello su libretto di Goldoni che ebbe enorme successo in tutta Europa poco dopo la metà del Settecento, ma poi finì nell'oblio, proposta nella rielaborazione di Ermanno Wolf-Ferrari del 1907. Si tratta di una versione "didattica" (fu eseguita al liceo musicale Benedetto Marcello) come didattica è stata la proposta vicentina: la produzione è stata infatti curata dal Conservatorio Steffani di Castelfranco Veneto. Regia di Marco Bellussi, direttore Massimo Donadello, positivo il gruppo dei cantanti e Interessanti anche le tre brevi "Intersezioni" appositamente commissionate al giovane compositore Matteo Libralato

In occasione del bicentenario della nascita di Goldoni, nel 1907, il Liceo Musicale “Benedetto Marcello” di Venezia realizzò il revival de Il filosofo di campagna di Baldassarre Galuppi, dramma giocoso basato sul libretto forse più conosciuto del commediografo, che fin dal debutto (Teatro di San Samuele, 1754) e per alcuni decenni in seguito aveva conosciuto un successo clamoroso e di portata europea, con esecuzioni anche a Vienna e a Londra, per poi finire nell’oblio. L’iniziativa fu di Ermanno Wolf-Ferrari, che era allora il direttore dell’istituto musicale: un compositore che aveva da poco trovato la sua cifra più caratteristica proprio nel ripercorre i grandi capolavori goldoniani: Le donne curiose avevano debuttato nel 1903 a Monaco, I quatro rusteghi erano venuti alla luce nel marzo del 1906. Sarebbero seguiti altri titoli come La vedova scaltra (1931) e soprattutto Il campiello (1936, prima esecuzione alla Scala), lavori nei quali il musicista di padre tedesco e madre veneziana, da sempre legato alla città lagunare, avrebbe avuto modo di disegnare una propria linea di trasparente limpidezza neoclassica, basata sulla chiarezza strumentale e sulla suggestione melodica, sulla misurata vena espressiva, sull’abile rivisitazione delle drammaturgie goldoniane.

Per Il filosofo di campagna, Wolf-Ferrari prese una strada diversa da quella che era già stata e avrebbe continuato a essere la sua poetica nell’affrontare i lavori sulle commedie di Goldoni, basata su di un sostanziale rispetto degli originali. Nella scelta non dovette essere estraneo il contesto didattico dell’operazione, visto che del Liceo musicale veneziano egli era in quel momento il direttore. Probabilmente era a conoscenza del fatto che l’opera di Galuppi era stata a sua volta variamente rielaborata dal compositore (anche in una versione come Intermezzo in due parti, dall’originale in tre atti), essenzialmente per venire incontro a un successo sintetizzabile nel fatto che nei primi dieci anni il titolo ebbe qualcosa come venti diverse produzioni. E dunque non si fece scrupolo a lavorare robustamente di taglio, riducendo i personaggi da sette a cinque (scomparvero Lena, nipote del protagonista Nardo, e il notaio Capocchio), sfoltendo drasticamente i recitativi, mantenendo la commedia degli equivoci nuziali (la servetta Lesbina seduce il saggio e pratico Nardo fingendo di essere la sua padrona Eugenia, che il padre Tritemio vorrebbe dare in moglie al “filosofo” ma che è innamorata del cavaliere Rinaldo) con la drammaturgia ben disegnata dalla varie forme vocali (Arie, duetti, concertati). Nella rarefazione del “plot” la rinuncia maggiore riguarda il finale del primo atto, nel quale i personaggi tagliati hanno un ruolo fondamentale sul versante comico e paradossale della vicenda.

Passato lo strumentale al setaccio di una scrittura orchestrale essenziale, ma non rinunciataria rispetto alle consuetudini dell’epoca (vi compaiono con gli archi gli oboi, i corni e le trombe), venne così alla luce, all’inizio del Novecento, una sorta di “versione per l’esecuzione” che in qualche modo “cita” una prassi comune nel mondo operistico del primo Settecento, quando le partiture originali non erano mai intoccabili, ma soggette alle condizioni rappresentative, fossero queste di carattere musicale (interpreti vocali a disposizione, strumentisti in organico) o teatrale (spazi della rappresentazione, disponibilità nelle scenografie). Per vari aspetti, una proposta “storicamente consapevole” ante litteram, fra l’altro venetissima nel ridare voce ad autori e vicende esecutive sia della Serenissima Repubblica che del Veneto nell’Italia unitaria.

Nicola Zambon, Nardo, con Enrico Rinaldo, Don Tritemio

Pur nella versione Wolf-Ferrari, Il filosofo di campagna ha fatto il suo ritorno a Vicenza dopo oltre due secoli e mezzo. La prima apparizione del brillante capolavoro di Galuppi, apice di una collaborazione con Goldoni che nel genere comico conta una ventina di titoli, risale infatti al 1767, quando fu rappresentato al Teatro delle Grazie con notevole successo. Questa volta la rappresentazione si è tenuta al Teatro Olimpico – ultimo spettacolo in sede vicentina della quattordicesima edizione del festival Vicenza in Lirica diretto da Andrea Castello – e la produzione veniva da poco distante. Si trattava infatti di un allestimento messo a punto nell’ambito della vivace attività che da qualche anno fa del Conservatorio Steffani di Castelfranco Veneto un brillante protagonista dell’alta cultura musicale anche in ambito internazionale. Lo spettacolo (portato al debutto “in casa” qualche mese fa) è giocato su una sorridente ironia rappresentativa, ben caratterizzata nella regia di Marco Bellussi, corredata da essenziali elementi decorativi a dare l’idea che tutta la vicenda si svolga in un giardino. I protagonisti in scena, quasi tutti giovani, hanno trasmesso questa ironia con spigliatezza, dopo qualche sussiego iniziale nel quale l’aulico contesto monumentale nel quale si trovavano deve avere avuto il suo peso. Presa la misura della commedia, grazie evidentemente anche alla brillantezza congiunta dell’originale galuppiano e della sua rivisitazione a cura di Wolf-Ferrari, gli allievi dei corsi castellani Nicola Zambon (Nardo), Ginevra Brogio (Lesbina), Maria Viviani (Eugenia), Timoteo Bene Junior (Rinaldo) e il docente Enrico Rinaldo (nei panni di Don Tritemio) hanno dato vita alla “commedia sintetica” con la verve giusta, mettendo in mostra doti vocali significative specialmente nelle parti maschili. Molto positivo Zambon, fraseggio elegante e dentro al personaggio come si conviene, e al suo fianco efficace anche Brogio, timbro chiaro e sempre controllato. Sul versante più “drammatico” di una storia dalle molte sfaccettature, Viviani e Bene si sono proposti con scelte stilistiche delineate a dovere, forse un po’ troppo “caricate” espressivamente da parte del soprano, mentre Rinaldo ha garantito alla parte buffa per eccellenza dell’opera la rotonda espressività necessaria. L’orchestra del Conservatorio Steffani, sotto la bacchetta misurata e accorta di Massimo Donadello, ha trovato il suono e l’equilibrio giusti, offrendo la palmare evidenza di quanto la “revisione” dell’autore di primo Novecento abbia rispettato l’originale settecentesco

Nella logica didattica di questa pregevole iniziativa è rientrata appieno anche la scelta di commissionare al giovane compositore Matteo Libralato tre “Intersezioni” per voci e orchestra, inserite nella rappresentazione all’inizio e in corso d’opera quasi a dare l’idea di quel che non c’è più per il taglio dei testi, senza smentire la sapiente linea stilistica dell’insieme. Interessanti tutte le voci che sono state impegnate in queste brevi pagine: il mezzosoprano Marthatyta Hudz, il tenore Malaquias Sele, il basso Mattia Noal e soprattutto il soprano Letizia Pasa, voce potente e duttile.

Pubblico discretamente numeroso e alla fine prodigo di applausi per tutti i protagonisti della serata. Al “filosofo” Nicola Zambon è stata accordata una vera e propria acclamazione.

Il finale del “Filosofo di campagna” al Teatro Olimpico. Foto Edoardo Scremin
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